Due Parole su... — 5 novembre 2013 at 10:00

Due parole su… Allenatore: despota o amico?

by
becomeacoach

foto athleticsireland.ie

Pietro, io penso, tu corri; se pensi tu, poi chi è che corre?

Il mito creatosi intorno all’indimenticabile Pietro Mennea vuole che queste fossero le parole di Carlo Vittori, in risposta a un dubbio del suo atleta sulla preparazione; vera o leggendaria che sia, tale frase racchiude in sé la chiave della buona riuscita di un rapporto atleta-allenatore.

Innanzitutto, gli attrezzi del mestiere devono essere idonei: la mente dell’allenatore dev’essere attiva, forte di convinzioni (e allo stesso tempo libera da preconcetti), capace di tessere sull’atleta che ha davanti quel vestito che è la preparazione, sia essa nella fase invernale, di rifinitura o di gare. Parallelamente, l’atleta deve metterci il desiderio di lavorare, la sua prestanza fisica, accompagnata da tanta testa e tanto cuore.

A fungere da collante fra le due realtà parallele è la fiducia: il primo deve essere convinto del valore del proprio atleta, consapevole che ce la metterà tutta per migliorarsi e fare passi in avanti (a prescindere dal livello di partenza); il secondo deve avere la convinzione che il proprio tecnico lavora solo per il suo bene e, forte di questa certezza, una volta sceso in pista, deve essere libero di spegnere il cervello e conservare tutte le preziose energie nervose per la fatica imminente. Presupposto questo, si ha già un buon punto di partenza da cui iniziare a lavorare.

Da bambino, nel corso dei miei primi passi in pista, ricordo di aver sentito diverse volte che “un allenatore per essere bravo dev’essere stronzo”. Non so se sia dovuto alla mia personalità, ma mai frase mi è sembrata più sbagliata. Un allenatore dev’essere forte nei momenti di debolezza dell’atleta, dev’essere capace di riportare con fermezza sulla retta via un ragazzo che (per esempio) vuole smettere per ragioni futili, dev’essere pronto ad un eventuale aggiustamento di tiro quando si accorge di aver sbagliato, ma non deve (e non può) trasformarsi in una persona odiosa solo per ottenere ciò che vuole da chi ha vicino, altrimenti si perde la chiave iniziale di fiducia reciproca.

Lo sport, qualsiasi sport, è passione, e tale deve rimanere per poter essere fatto in maniera proficua: mi vengono in mente tutti quegli allenatori che nonostante i mille problemi nella vita privata sono sempre stati capaci di portare serenità anche in una fredda e piovosa giornata di inverno. Loro magari non faticavano fisicamente così tanto come i propri atleti, ma come loro erano senza ombrello sotto la pioggia e, pur di correggere un gesto tecnico sbagliato, pur di cronometrare una prova in più, erano disposti a rimanere immobili in quel gelo anziché tornarsene a casa.

Molti sono contrari alla figura di atleta-amico (o, viceversa, di tecnico-amico), ma in realtà nella maggior parte dei casi risulta essere vincente rispetto a una fredda collaborazione. A dire il vero, finché le cose procedono bene, le due vie si equivalgono, ma, al presentarsi di problemi, un amico sa usare anche il buon senso, senza ricercare necessariamente soluzioni in calcoli dati da tabelle che il più delle volte non trattano l’effettivo problema che si ha sotto mano.

Poste queste basi, si può procedere a lavorare in maniera serena: i risultati arriveranno sicuramente, ma se anche non dovessero arrivare, almeno ci si è divertiti provandoci.

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